Cartella clinica elettronica, come renderla utile a medici e pazienti

cce La cartella clinica elettronica crea valore se è in grado di supportare l’attività del medico e dell’infermiere in modo pro-attivo, segnalando informazioni utili e dando suggerimenti e avvisi su rischi e scelte coerenti con il quadro clinico del paziente. Cosa deve cambiare perché diventi un utile strumento di lavoro.

Cartella clinica elettronica, la situazione in Italia

La quasi totalità delle CCE presenti in Italia possono essere classificate nelle generazioni 2 e 3, con arretratezza concettuale dei software oggi in uso.

Questa situazione scaturisce dal fatto che le aziende IT della sanità investono nella realizzazione di nuove cartelle cliniche elettroniche, senza però realmente innovare. La ricetta che adoperano per realizzare una cartella clinica elettronica è la stessa da molti anni a questa parte e deriva dalla trasposizione in digitale dei moduli cartacei che formano la cartella clinica tradizionale.

Ogni nuova cartella è realizzata di solito con un tool di sviluppo allo stato dell’arte o di moda. Niente da ridire su questo anche se c’è ancora poca attenzione al paradigma “mobile first” e alla user experience che di norma è progettata da sviluppatori in funzione delle loro idee e delle loro esigenze.

Il focus delle cartelle cliniche elettroniche rimane la ricerca della massima flessibilità e configurabilità, due principi chiave che rappresentano l’obiettivo principale di progettisti e sviluppatori. Questo obiettivo deriva dall’esigenza di dover soddisfare i requisiti dei clienti, estremamente mutevoli, spesso su aspetti marginali o secondari, come la presenza o l’assenza di determinati campi o la loro posizione. Questo atteggiamento è a sua volta determinato dal fatto che le cartelle cliniche elettroniche sono incentrate sui dati e le funzioni, molto meno sui processi decisionali e clinici che medici ed infermieri impiegano nella cura e l’assistenza dei pazienti.
 

Partire dal dato per capovolgere l’approccio

Quasi mai i software gestiscono la presa visione, ossia sono in grado di evidenziare i dati e e le informazioni che sono stati inseriti, magari da altri utenti, come ad esempio avviene in un qualsiasi client di posta elettronica. La mancanza di conoscenza clinica, salvo pochi casi – ad esempio le allergie, fa poi sì che il software non sia in grado di evidenziare le informazioni più critiche e rilevanti da quelle che non lo sono.

Le principali funzioni non tengono conto delle condizioni cliniche del paziente. Ad esempio durante la prescrizione di un farmaco il sistema non segnala o evidenzia i parametri che il medico deve tenere in considerazione nella scelta o nel dosaggio, come ad esempio la funzionalità renale o, nel caso di un antipertensivo, la pressione sanguigna.

Il reale valore di una cartella clinica elettronica si crea se questa è in grado di supportare l’attività del medico e dell’infermiere in modo pro-attivo, segnalando in modo push le informazioni utili e fornendo suggerimenti e avvisi sui rischi e le scelte coerenti con il quadro clinico del paziente.

Per fare ciò bisogna quindi:

Bisogna poi integrare in modo nativo, a livello delle funzioni più importanti, sistemi clinici di supporto alle decisioni (CDSS) per rendere disponibili al punto di cura le evidenze medicine, le linee guida e i protocolli, contestualizzandole al quadro clinico del paziente.

Tutto ciò comporta che il team che progetta e sviluppa la cartella clinica elettronica deve comprendere medici, infermieri, farmacisti. Soltanto questi sono in grado di fornire le competenze necessarie per far evolvere questi software e trasformarli in strumenti di supporto al lavoro degli utenti. L’uso di una cartella clinica elettronica di questo tipo non è allora un peso, un’incombenza che i professionisti devono fare perché obbligati, ma diventa uno strumento di lavoro, un prezioso alleato che permette loro di lavorare meglio e di ridurre i rischi che questo lavoro comporta.

Massimo Mangia
SaluteDigitale.blog

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